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Il trauma è la fissazione degli stati dolorosi

Leggere il corpo

Il trauma è la fissazione degli stati dolorosi.

C’è una cosa che faccio da trent’anni. Accolgo persone che hanno già provato tutto. Massaggi, fisioterapia, farmaci, riposo. E sono ancora lì, con lo stesso dolore coriaceo, nello stesso punto, a chiedersi se in loro c’è qualcosa che non va. Non c’è. C’è un corpo che ha trattenuto più di quanto abbia potuto scaricare.

C’è una frase che sento ripetere spesso, da chi arriva da me dopo anni di terapie di ogni genere. “Io questo lo so, ne ho parlato tante volte, ho capito tutto, ma continuo a stare male. Vorrei tornare a stare come prima.”

È una frase importante, perché contiene un’intuizione esatta. Capire una cosa con la testa e scioglierla nel corpo sono due operazioni diverse, e la seconda non segue automaticamente dalla prima. Soprattutto quando si sono attraversate esperienze traumatiche, anche piccole, anche silenziose.

Allora fissiamo subito un primo elemento, perché senza di questo non si capisce il resto.

I traumi non nascono solo dai grandi eventi

Si generano da qualunque esperienza che il sistema nervoso ha vissuto come troppo. Troppo intensa, troppo in fretta, o troppo a lungo.

Può generarli un incidente, un lutto, certo. Ma trascuriamo che possono generarsi anche dall’esposizione continua a tensioni in una casa o in una relazione dove non ci si sente più al sicuro. Bloccati in un tempo vissuto in apnea. Fasi della vita che ci si è imposti di vivere resistendo e basta.

In tutti questi casi il corpo ha fatto la cosa più intelligente che conosce per proteggerci: si è organizzato per sopravvivere. Ha trattenuto il respiro, ha teso i muscoli per difendersi, ha messo da parte il dolore, le emozioni, i bisogni. Aspettando un segnale per potersi fermare e riprendere a pulsare.

Spesso quel segnale non è mai arrivato. E così il sistema nervoso è rimasto in modalità sopravvivenza. Anche quando il pericolo era finito. Per questo, ancora oggi, viviamo come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Restiamo contratti, vigili, affaticati. Stiamo ancora aspettando il permesso di smettere di lottare. Quel permesso possiamo concedercelo solo noi.

Perché il corpo trattiene quello che la mente sembra lasciar andare

Davanti a una minaccia, il sistema nervoso autonomo ha tre risposte antiche: attacco, fuga, e quando nessuna delle due è possibile, congelamento.

L’attacco e la fuga consumano l’attivazione: il corpo mobilita energia e poi, se può scaricarla nel movimento, torna alla calma. Un animale selvatico che sfugge a un predatore, una volta al sicuro, trema a lungo, scuote tutto il corpo, e poi riprende come se nulla fosse. Quel tremore è la scarica. Il sistema nervoso che chiude il ciclo e segnala: è finita, puoi tornare.

Il problema, per noi, è che quasi mai possiamo permetterci di chiudere il ciclo nel momento in cui servirebbe. Restiamo immobili davanti a chi ci spaventa. Incassiamo e andiamo avanti perché c’è da lavorare, da reggere. L’energia mobilitata non si scarica. Resta. E il corpo, per gestire quell’attivazione che non trova uscita, fa l’unica cosa che sa: la trattiene nei muscoli, nella fascia, nel modo di respirare. La trasforma in tensione cronica.

◦ ◦ ◦ Un trauma non è quello che ti è successo. È quello che è rimasto dentro al posto di quello che ti è successo, quando non hai potuto reagire come il corpo voleva. Francesco Musso · Maestro Shiatsu, 30 anni di pratica

Questo spiega perché certi dolori non hanno una causa meccanica chiara, perché migrano, perché peggiorano nei periodi difficili. Non si sta lavorando sul livello giusto. Il dolore non è un guasto della struttura. È la forma fisica di un’attivazione che non si è mai potuta spegnere.

I tre luoghi dove il corpo deposita più spesso

In trent’anni di mani sui corpi ho imparato a riconoscere alcune sedi ricorrenti. Non sono regole assolute, ogni persona ha la sua geografia. Ma certe mappe si ripetono con una frequenza che non si può ritenere casuale.

Il diaframma, le clavicole, la base del torace Sono i luoghi dove si fissa e trattiene il respiro per non sentire. Chi ha vissuto una lunga vigilanza respira corto, alto, come se inspirare a fondo fosse pericoloso. Il diaframma resta contratto in una specie di apnea cronica, e con lui lo stomaco, il plesso solare, la zona dove si chiude l’angoscia.
Le spalle, il collo, la nuca È la zona della difesa nervosa, dello scudo alzato. Spalle che convergono in avanti, nuca contratta, mandibola serrata di notte e di giorno. Indicano che il corpo monta la guardia anche quando dormi, perché non ha mai ricevuto il segnale che la guardia non serve più.
Gli occhi e il segmento intorno È la sede più antica e la meno conosciuta. Lo sguardo è il primo pattern che reagisce alla minaccia, prima ancora del movimento di attacco o fuga. E quando l’esperienza è stata troppo forte, è anche il primo luogo dove il corpo si stringe, chiude e fissa.

Quando la difesa diventa struttura: la corazza

Quando una tensione di difesa non si scioglie, viene costantemente sovralimentata e dura abbastanza a lungo, smette di essere un episodio e diventa carico strutturale, architettura. Smette di essere qualcosa che il corpo fa e diventa qualcosa che il corpo è.

A questo passaggio, quasi un secolo fa, Wilhelm Reich diede nomi ancora oggi insuperati: corazza muscolare e corazza caratteriale. Reich osservò che le difese psicologiche di una persona non restavano nella mente. Si depositavano nei muscoli, nella postura, nel tono di fondo del corpo. Chi aveva imparato a non sentire la rabbia non la tratteneva con la volontà: aveva una mascella, un collo, un diaframma fisicamente organizzati per non lasciarla passare. La difesa era diventata carne.

La corazza non è un nemico da abbattere. È una vecchia armatura che ti ha protetto quando ne avevi bisogno, e che hai continuato a indossare molto dopo che la battaglia era finita. Il lavoro non è strapparla. È far sentire al corpo che si può posarla.

L’apnea del respiro

Il primo segno che la corazza si è insediata. L’aria entra ma non scende. Si respira sempre nella parte alta del petto. Il sistema nervoso legge questo schema come allarme costante e tiene tutto il resto in allerta.

L’armatura delle spalle

Spalle alte, in avanti, collo che le sostiene. È la posizione di chi tiene pronto lo scudo da troppo tempo. Anche di notte, anche quando nessuno minaccia più niente.

La mandibola serrata

Stringere i denti non è solo un modo di dire. È la corazza che arriva alla mascella, e da lì alla base del cranio. Una mandibola che non molla è un corpo che non si concede di lasciarsi andare nemmeno nel sonno.

Lo sguardo che non si ammorbidisce

È il segno più sottile. Una fissità del campo visivo, una difficoltà a lasciare che gli occhi si appoggino senza tenere. Spesso chi vive in vigilanza non sa nemmeno di guardare il mondo così teso.

Gli occhi: il primo anello, la via più diretta

Lo sguardo è il primo organo della vigilanza. Prima che il corpo decida di attaccare o fuggire, sono gli occhi a registrare la minaccia, a fissarsi, a restringere il campo. E quando un’esperienza è stata troppo forte, lo sguardo è anche il luogo dove la difesa si fissa per prima e si scioglie per ultima.

Le persone con una lunga storia di vigilanza hanno spesso, senza saperlo, una tensione fine intorno agli occhi, una fissità del campo visivo, una difficoltà a lasciare che lo sguardo si ammorbidisca davvero. Un lavoro su un segmento così delicato va condotto attraverso una relazione terapeutica che sa contenere e indirizzare, per evitare di chiudere più che aprire.

Quando lo sguardo si ammorbidisce davvero, succede qualcosa nel resto del corpo. Ci si scioglie. Le spalle mollano da sole, il respiro trova la via per scendere, e a volte arrivano lacrime o risate che non hanno bisogno di un perché. È il sistema nervoso che, finalmente, riceve un segnale vegetativo chiaro: si può smettere di controllare, si può smettere di fare la guardia.

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Adesso che lo vedi, hai due strade

Una la puoi fare adesso, dove sei, in un minuto. È piccola, ma è un assaggio reale di una porta grande. L’altra la scegli quando senti che la corazza, da sola, non si lascia posare. Sono due strade buone, e non si escludono.

Una pratica

Un minuto, per sciogliere lo sguardo.

Siediti comodo, luce bassa. Chiudi gli occhi. Invece di stringerli, immagina che le palpebre si appoggino agli occhi senza premere, leggere come una mano posata.

A occhi chiusi, lascia che lo sguardo dietro le palpebre si allarghi, come se invece di fissare un punto guardassi tutto l’orizzonte insieme, morbido, senza mettere a fuoco niente. Resta così un minuto.

Spesso, mentre lo sguardo si allarga, senti che qualcosa scende: le spalle, la mandibola, il respiro. Non hai fatto niente di mentale. Hai solo tolto la presa allo sguardo, e il sistema nervoso ha capito il segnale. È un reset funzionale, piccolo. Ma è vera fisiologia, non suggestione.

Un incontro

Quando la corazza non si lascia posare da sola.

C’è un momento in cui ti accorgi che le pratiche autonome aprono una porta, ma la porta poi si richiude. È normale: anni di difesa non si sciolgono da soli, e certi segmenti (il diaframma, la base del collo, gli occhi) chiedono mani che li sappiano leggere e una relazione che li sappia contenere.

Lo shiatsu sistemico relazionale ascolta prima te. Cosa porti, da quanto, dopo cosa. Solo dopo lavora sul corpo, sulla catena della corazza, dove la difesa è diventata struttura. Non per strapparla. Per farle sentire che può posarsi.

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Quello che ti stai chiedendo

Quindi anche senza un evento grave posso avere un trauma nel corpo?

Sì. Il sistema nervoso non distingue tra un evento spettacolare e una lunga esposizione a tensioni quotidiane. Quello che conta è se l’attivazione ha potuto scaricarsi o è rimasta intrappolata. Una casa in cui non ci si è sentiti sicuri per anni, una relazione che ha richiesto di vivere in apnea, una fase della vita affrontata stringendo i denti: tutte queste esperienze possono fissarsi nel corpo allo stesso modo di un evento traumatico classico.

Se ne ho già parlato in terapia, perché serve ancora il corpo?

Perché capire con la testa e sciogliere nel corpo sono due operazioni diverse. La parola fa il suo lavoro, e lo fa bene: porta consapevolezza, dà senso. Ma una corazza muscolare costruita in anni non si scioglie con la consapevolezza. Si scioglie quando il corpo riceve, in modo fisico, il segnale che può posare l’armatura. Le due strade non si escludono, anzi spesso si rinforzano: il lavoro corporeo profondo è un compagno prezioso di un percorso psicologico, non un sostituto.

Quanto serve perché la corazza si allenti?

Dipende da quanti anni di tensione ci sono dietro e da quanto profonda è diventata. Spesso dopo la prima seduta si sente qualcosa scendere, una zona che si scioglie, un respiro che torna più basso. Per un cambiamento stabile della struttura serve di norma un ciclo di dieci sedute. Il corpo impara, ma a un ritmo suo, e quel ritmo va rispettato.

Si può lavorare anche se sono in un periodo difficile?

Sì, anzi spesso è proprio in quei periodi che il lavoro corporeo profondo può fare la differenza più rapida. Lo shiatsu si adatta a chi riceve: nelle fasi acute il tocco è più sottile, l’ascolto più ampio, il lavoro più sulla regolazione del sistema nervoso che sulla struttura. I dettagli del percorso sono nella pagina Almaterapie.